RECENSIONI

RECENSIONE DI SANDRO FARINELLI 

Essere uno Storico dell’Arte per me significa saper riconoscere un animo artistico incastrato dentro un manufatto.

Molti chiedono: “Come si riconosce l’animo di un artista? ”Rispondo sempre: “Te ne accorgi quando ci sei vicino“.  Perchè non può esistere una definizione. A furia di studiare i grandi Artisti del passato, ho imparato a camminare nelle loro scarpe, capire le loro vite complicate, talvolta disastrose, tal’altra cariche di soddisfazioni eppure disfunzionali in un particolare ambito.

Parliamoci chiaro: un artista non può essere “sano di mente“… non ci sarebbe spazio per il genio, ed il Genio artistico attinge molto volentieri da quella che comunemente è riconosciuta come follia. Voglio sgombrare il campo da equivoci: essere Artisti non è per forza piacevole, anzi spesso significa sviluppare una certa familiarità col dolore.

E’ la presenza del dolore che segnala la presenza del Genio e spesso sarà quel Genio a prendere decisioni per conto dell’Artista, non il contrario. E’ come essere abitati da un folletto sempre all’erta: si infila nei pensieri senza preavviso, ti scatena il pianto nei momenti meno opportuni, ti costringe a prenderti cura di ciò di cui s’è innamorato lui…non tu!

Luca, oltre che un amico, è veramente un artista: stando con lui mi sono accorto velocemente che il suo Genio artistico s’è innamorato del legno, allo stesso modo in cui quello di Michelangelo Buonarroti era innamorato del marmo, quello del Caravaggio della nobiltà celata dentro la miseria umana, quello di Benvenuto Cellini delle sfide impossibili e dell’oro, quello di Vasari della fama e dei quattrini!

Luca, grazie al suo Genio, percepisce l’Anima del legno:ovviamente non sa come fa, ma lo fa!

Arezzo, Novembre 2017

Recensione di Dino Tiezzi in riferimento alla mostra a Civitella in Val di Chiana del 22 Luglio al 20 Agosto 2017.

Nelle due monumentali ” Maternità” Luca Nistri ha utilizzato il legno, materiale collegato a un fare artigianale che è parte integrante del suo bagaglio culturale in quanto eccellente restauratore di oggetti e arredi antichi di varie epoche.Sono opere che nascono dalla certosina aggregazione di listelli incollati. Di legno wenge, la maternità più scura e in teak quella più chiara. Il risultato è una serie di vuoti tondeggianti e componibili in una struttura che, vagamente, può ricordare i manichini di De Chirico, anche se di questi manca l’estraneità surrealistica. La loro componibilità in forme vuote all’interno può richiamare l’assemblaggio delle canne di un organo e tutta l’intensa musicalità che da questa immagine può derivare, per esempio le suggestioni delle solenni modulazioni del canto gregoriano; anche se il curvarsi delle rotondità verso il centro ci riportano all’abbraccio protettivo e affettuoso di una madre per il proprio piccolo. Il tutto è reso con una circolarità che è una via di mezzo fra la produzione astratta e quella realistica.  E’ questo il più recente impegno di uno scultore che, proprio perchè presente nel territorio del nostro Comune, ho avuto modo di seguire e di recensire nei vari passaggi della sua attività artistica. Luca Nistri ha elaborato con nitida ed elegante precisione l’arme gentilizia dei Tarlati di Pietramala, invecchiando, da valente restauratore, l’opera finita e informandoci sull’identità delle sei pietre sporgenti sotto il simbolo dell’aquila, cioè i sei valori dei dadi da gioco. E’ presente in Galleria con una voluminosa, allungata testa in mogano di esotica proposizione.

RECENSIONE DI MATTEO AGUZZI

Ogni artista è alla ricerca continua di un segno, una forma, un tratto, una linea che completi la sua identità o che l’aiuti a elaborare un trauma. Spesso entrambe le cose insieme. Nelle forme sinuose delle statue e nei volti delle sculture di Luca Nistri si scorge chiara la sua devozione al divino femminile d’epoca arcaica. È la ricerca dei tratti dell’antica Dea, della Dama Bianca, della Madre Terra. Dare un volto al mito di una forza ancestrale, austera, potente, che sovraintende alla rigenerazione e alla cura della vita. Un mito apparentemente perduto nel tempo, ma che, se guardiamo bene, rivive nei lineamenti delle nostre madri. Un mito incarnato nei tratti stilizzati di una figura familiare. Luca Nistri, scultore nel nome della Madre.

Monte San Savino, Luglio 2015

RECENSIONE DI DINO TIEZZI

Suggestioni arcaiche segnano il percorso artistico di Luca Nistri che, dopo un brevissimo iniziale periodo figurativo, avvia una stilizzazione, un’astrazione dell’immagine dal modello naturale evocativa di raffigurazioni dell’inquietante e complesso panorama delle civiltà primitive.

La pietra serena delle locali cave toscane, una scheggia di marmo colorato, un frammento di candido statuario di Carrara, ma principalmente il legno nella sua complessa e multiforme essenza qualitativa, sono i materiali con cui fino ad oggi ha sperimentato le sue doti artistiche.

Luca Nistri affianca, all’attività di scultore, quella di eccellente restauratore di mobili antichi.

In questa ultima attività, oltre ad avere acquisito una raffinata, sapiente manualità, ha anche maturato un’esperienza notevole sui colori, sui disegni, sulle linee che contraddistinguono gli stili degli antichi manufatti che sono poi lo specchio di tendenze artistiche succedutesi nel tempo.

E’ questo un bagaglio culturale che ha arricchito il suo percorso di autodidatta e che ogni tanto fa capolino nelle sue realizzazioni.

Particolare interesse destano certi suoi legni dove un accentuato dolicocefalismo dona alle figure un senso di maestosa, austera dignità.

Uno dei pezzi più riusciti di questa serie è la testa in mogano levigato

TESTA IN MOGANO – 1992

conservato nella galleria d’arte contemporanea di Civitella in Val di Chiana; dignitari sognati, immagini oniriche frutto d’intuizione artistica ma che possono avere un riscontro nella retrospettiva del ricordo; e la memoria corre alla civiltà armaniana dell’antico Egitto al faraone Amenofi IV che prenderà poi il nome di Akhenaton per la sua riforma monoteistica, ed in particolare all’innovativa statuaria del periodo che, abbandonando i rigidi canoni delle precedenti dinastie, creò immagini con alterazioni somatiche che tanto assomigliano ai legni di Nistri.

Una pietra serena squadrata e forata al centro sulla quale è incastrato il consunto troncone di una “legnola”, alcune assi che sembravano provenire dal disfacimento di una vecchia cassapanca settecentesca costellate da pezzetti di lamiera inchiodati come un tempo si usava per collegare oggetti in sfaldamento. Sono questi i materiali poveri usati da Luca Nistri per la realizzazione dell‘ANGELO.

La scultura ha un andamento che definirei “acrisalide”, quasi chè dall’antico legno in cui si è maturata una lunga e laboriosa gestazione e da un piccolo punto di fuga, l’ANGELO esploda verso l’alto dischiudendo le ali in un movimento di notevole dinamicità. Le sinuosità delle ali ricordano le volute del barocco o, forse meglio, quella estremizzazione formale del barocco che fu il rococò. L’ ANGELO non ha l’evanescenza e l’etereo candore che l’iconografia tradizionale ci ha tramandato.

I colori pastello che lo ricoprono sembrano sbiaditi dal tempo. Manca dell’imponente regalità che l’immaginario collettivo attribuisce ad una celestiale creatura. Forse è un angelo in disgrazia, caduto dal cielo; un piccolo demone terragnolo, ironico e intriso di umanità.

Viene quasi spontaneo assimilarlo a quelle creature mostruose e grottesche facenti parte delle ottanta tavole di eccelsa grafica dal titolo Los Caprichos di Francisco Goya fustigò i costumi del suo tempo con una forza satirica che segnò una svolta importante nelle arti figurative di fine settecento, inserendole nel filone di pensiero degli enciclopedisti francesi e particolarmente in quel concentrato razionalismo filosofico dell’illuminismo che fu le candide di Voltaire.

L’operazione del grande maestro spagnolo ebbe epigoni illustri e creò le condizioni per l’avvento di diverse correnti artistiche che vanno dal simbolismo al surrealismo da un lato, dall’impressionismo alla nuova oggetività dall’altro e che è ancora oggi presente nella scena artistica contemporanea.

Non sappiamo quanto consapevolmente (o inconsapevolmente) Luca Nistri si sia inserito nel filone inaugurato dal grande artista spagnolo. Certo però si adatta perfettamente al suo angelo la recensione postuma che Baudelaire fece dell’opera grafica di Goya definendo le sue mostruose e grottesche creature come “inafferrabili” e dove “la linea di sutura, il punto di congiunzione fra il reale e il fantastico sono impossibili da cogliere”.

Luca Nistri era assente dal panorama della scultura da diversi anni. Questo nostro concittadino è tornato alla ribalta con un opera diversa dalla sua consueta produzione ma non per questo meno interessante e valida. Ci auguriamo e gli auguriamo che sia l’inizio di una ripresa di feconda creatività.

Civitella, Ottobre 2008

RECENSIONE DINO PASQUALI

Siano pietra serena, pietra d’Oliveto ed anche marmo, le sculture in commento formano l’iniziale nucleo di un ciclo con il quale Luca Nistri ha smesso, per il momento, di adoperare quel legno finquì a lui caro.

Se è il modo paziente e diretto (senza deleghe alla macchina) di trattare tradizionalmente, con martello e scarpello la materia, dura materia, il modo che “d’emblèe” può avvicinarci, perfino suggestionarci molto non tarderà a venire anche l’apprezzamento di una personalità sottesa ad una particolare ” weltanschauung”, a un’utopica “visione del mondo”. Saper quindi che Nistri ha trascorso alcuni mesi nelle melanesiane Tonga, ed altrove, per calarsi integralmente negli usi e costumi di una cultura “autre” autonoma ed autoctona, giova a capire il perchè di una tipologia figurativa esotica, il perchè di singolari teste muliebri con occhi a fessura volto di “sfinge”, calotta cranica non europea. In altri termini possiamo dire, in maniera abbastanza pertinente, che con queste “pièces” di recente e recentissima fattura il giovane Luca “parla di se in rapporto” ad un soggiorno, prolungato e fuori da schemi turistici, in isole cosiddette felici, tanto più felici quanto meno risultano “occidentalizzate”, imbastardite o all’americana o all’europea ( due facce d’una stessa medaglia coloniale, patacca tragica della razza bianca).

Le nuove opere peraltro implicanti un certo gusto per il primitivismo, sono opere con le quali l’autore, pervicace autodidatta, evita programmaticamente la “subordinazione al soggetto”.

Per via di sistesi ecco dunque una stilizzazione che può arrivare a radicare rifiuto del modello esterno e, in quel rifiuto, conseguire la purezza di una composizione astratta, a meno che in essa vedere a tutti i costi una precisa parvenza della realtà.

Nel desiderio d’indipendenza dell’oggettività le effigi di fisionomia extraeuropea non sono frutto di un’esecuzione “sul motivo” (come farebbe un ritrattista), sibbene frutto del ricreare, sia pure sulla scorta di qualche schizzo, a rimarchevole distanza di tempo, grazie alla memoria, al ricordo di percezioni ed impressioni, suggestioni ed emozioni.

Forme chiuse, marcati pieni e vuoti, superfici ora levigate polite, ora rese scabre dal lavoro e lavorio di uno scalpello, fanno parte del nitido, intenso linguaggio plastico di chi, Luca Nistri, ha già in mano le chiavi di una propria autonomia espressiva.

Firenze, Settembre 1996